Racconti

Il Giorno Dopo (16 marzo 200 8)

Apatico.
Insofferente.
Aggettivi che potevano descrivere realisticamente il mio umore negli ultimi giorni.
Non avevo voglia di fare nulla, sentivo un cerchio alla testa continuo e la costante, fastidiosa sensazione di essere tra i coglioni.
Avevo litigato con la mia ragazza per colpa della mia fottuta gelosia, pochi giorni prima; sapevo di aver esagerato, meritavo la reazione scazzata di Chiara e sentivo il bisogno di chiederle scusa per le mie scenate.
Avevo avuto problemi con un collega di lavoro, con cui però, forse, avrei chiarito la situazione rapidamente.
Avevo discusso coi miei genitori, sempre per colpa della mia testa dura; lo sapevo benissimo che a volte la mamma e il papà hanno ragione.
Era un periodaccio, ma quel giorno era diverso. Quella mattina mi ero svegliato col piglio giusto, col sorriso sulle labbra.
Era il mio gorno.
Ne ero certo.
Mi alzai di scatto, senza le solite accortezze. Quel giorno non ne sentivo il bisogno, mi sentivo più vitale che mai. Accesi il cellulare e trovai un sms di Chiara, che mi chiedeva scusa per le sue reazioni e mi chiedeva di vederci il prima possibile per fare la pace.
Mi ricordai proprio in quel momento che quel giorno era l’anniversario di matrimonio dei miei genitori; ero felicissimo di festeggiare insieme a loro.
Era - il - mio - giorno.
Mi lavai la faccia, soffermandomi più del solito sui miei bei lineamenti;
accesi il televisore per leggere la pagina 101 del televideo e sorrisi, ascoltando proprio quella pubblicità che di solito mi faceva tanto incazzare.
Aprii la finestra e rimasi inebriato dal profumo della primavera; quell’odore, solitamente coperto dallo scazzo mattutino, mi penetrò nella testa fino a farmi promettere di prestare più attenzione alla natura e al mondo circostante, in ogni momento.
Venti minuti dopo ero in macchina, pronto a cominciare una nuova giornata di lavoro, per una volta però col sorriso sulle labbra.
Il mondo aveva colori nuovi.
Non solo il grigio dell’asfalto e il bianco della segnaletica orizzontale, ma il rosa dei peschi in fiore a destra, e il verde del grano ancora giovane a sinistra, sovrastati da uno stupendo cielo azzurro. Spogli filari di viti facevano invece capolino dagli specchietti retrovisori, carichi di ricordi autunnali e di speranze per la nuova vendemmia ancora lontana.
Che bello aprire gli occhi di fronte al mondo! Finalmente!
Davanti, una curva pennellata di bianco.
Fu un momento.
Fosso.
Palo.
Buio.
Era il mio giorno.
Avevo ragione.

Il giorno dopo, il bianco della segnaletica orizzontale si mischiava al grigio scuro della mia inutile frenata.
Mio padre e mia madre avevano appena perso la possibilità di partire per barcellona. Doveva essere una specie di seconda luna di miele, un bel viaggio da fare da soli.
Invece erano rimasti in Italia per colpa mia, per la mia disattenzione; anche la mia ragazza era lì a casa mia, ma non per passarci il weekend insieme a me come avevamo programmato.
Si piangevano sui maglioni, ormai destinati a finire negli armadi, e si consolavano cercando di spiegare quanto grande fosse stata la fortuna di conoscere me.
Nessuno ricordava le cinghiate di mio padre, le fughe da scuola, le litigate furibonde e le sensazioni di aver a che fare con un poco di buono.
Tutti ricordavano invece il mio bel sorriso, il mio buon cuore, le belle parole che avevo speso per chi apprezzavo e le pacche sulle spalle date ai veri amici.
Da morto avevo capito che ero stato un bravo ragazzo.
Ero contento.
Poi pensai che anche di chi fa una strage prima di uccidersi si dice che “era un bravo ragazzo, non mostrava segni di squilibrio”.
Ed ero un po’ meno contento.
Non potevo esserlo, comunque. Avevo visto i miei genitori straziati scoppiare a piangere nel momento del riconoscimento della mia salma; avevo sentito rimbombare il “nooooooooooooooooo” di mia madre fin nel profondo della mia anima: la sensazione peggiore della mia vita l’ho provata da morto.
Io nella mia vita avevo sempre pensato al dolore che può provocare la morte, e in particolare il momento in cui ti rendi conto di non poter più fare nulla.
Mi immaginavo di fronte a un medico che a voce bassa mi spiegava che avevo pochi giorni di vita prima di andarmene definitivamente, oppure cercavo di immedesimarmi nel ragazzo che non può più fare nulla mentre la sua macchina piomba in un precipizio, attendendo solo di schiantarsi al suolo qualche decina di metri più giù.
Mi è capitato spessissimo di pensarci, e ho sempre pensato alla mia angoscia, ai miei pensieri, al mio dolore, alla mia sofferenza.
Solo da morto mi sono accorto che la vera sofferenza è quella dei parenti e degli amici, perchè sono loro che perdono una persona cara.
Solo da morto ho capito che tante volte ho sprecato il tempo che mi era stato concesso, ma non solo perchè non capivo cosa sarebbe stato giusto fare; semplicemente, perchè non lo facevo.
Dicono che il battito d’ali di una farfalla possa scatenare un tornado dall’altra parte del mondo: io ci ho sempre creduto.
Io ci credevo semplicemente perchè fare il primo passo, decidere di VOLER fare una cosa, è ciò che ti spinge poi a farla; è il primo movimento quello che decide tutto, se non ci fosse quello non esisterebbe la partenza.
La mia tesi già quando ero vivo prendeva forza ogni mattina di più: quando suonava la sveglia, e io invece di alzarmi subito aspettavo 5 minuti, e poi mi riaddormentavo. Sempre.
Mentre correvo per strada per non perdere il treno, o l’autobus, pensavo sempre alle ali di quella farfalla, e mi riproponevo di voler essere una farfalla, da quel momento in poi.
Poi la mattina dopo ero di nuovo un bruco, e le ali non le muovevo. Forse è per questo che mi ha sempre affascinato l’origine, il bambino che corre insieme agli altri milioni di potenziali bambini per arrivare primo a fecondare; perchè io nella vita di tutti i giorni non sono il primo, ma uno dei tanti.

Quel giorno, però, seppur estremamente turbato dal grido di mia madre, ero contento.
Quel giorno io non ero uno dei tanti.
Quel giorno ero Luca.
Quel giorno ero il “povero Luchino”.
Quel giorno ero Luchino il buono, Luca il bello, il bravo, l’educato, il carino, il sorridente, lo studioso, il lavoratore.
Non ero uno dei tanti.
Tutti i fiori erano per me, tutti quanti arrivavano per salutare me.
La morte mi aveva preso a braccetto, aveva scelto me, e questo era il mio addio al celibato.
Tutti mi pensavano, tutti piangevano.
Piangevano per me e io me la ridevo.
Stavo bene, in pace con me stesso nel mio vestito nero.

Il giorno dopo, però, le loro lacrime si erano già asciugate.
Il giorno dopo la vita non mi ricordava più.
Il giorno dopo ero solo crisantemi in un vaso d’ottone.

Come la neve… (14 febbraio 200 8)

C’era una volta in un castello fatato
Una principessa su un cavallo alato
Da quel cavallo, di azzurro bardato,
già il principino era stato inculato

La telecamera si spostò subito sul pubblico, che applaudiva divertito e con le lacrime agli occhi a questo pessimo esempio di comicità moderna.
E questo farebbe ridere?! Che tornassero a studiare i film di Totò o di Buster Keaton…
Con estrema rapidità allungai il braccio verso il telecomando e cambiai canale.
Vedere quello schifo alla tv mi infastidiva sempre. Mi alzai a fatica e andai alla ricerca di un bel film in dvd. Ne avevo ancora tanti da vedere, raccolti per strada durante la famosa “protesta delle videoteche” di 4-5 anni prima, quando il sindaco fu fatto bersaglio di un fitto lancio di commedie italiane di basso livello.
Durante quella protesta non andarono per il sottile e tra i tanti lungometraggi degli anni ’70 lanciati contro la giunta comunale finì anche qualche bel pezzo di storia cinematografica italiana. Quella sera andai a ripescare dal mio personale magazzino “Ieri, oggi e domani…” e stavo proprio osservando con estrema attenzione il dialogo tra la conturbante Sophia Loren e lo studente del seminario quando fui distratto dagli urli che provenivano dalla strada.
Mi diressi con calma alla finestra e guardai fuori. Mi avvicinai per evitare con la testa il riflesso del lampadario; arrivai così vicino da far appannare il vetro.
Non potevo credere ai miei occhi: era maggio, eppure nevicava.
Un gruppo di bambini stava correndo a tutta velocità verso la collina su cui sorgeva il monumento al fondatore della città: il primo della fila aveva già recuperato lo slittino dal garage e non aspettava altro che la neve coprisse la superficie fino a formare uno spesso strato ghiacciato.
E’ questo ciò di cui non mi riuscivo a capacitare: la neve a contatto col terreno non si scioglieva. Sembrava la neve che si vede nei film, che cade sul ghiaccio e quindi si accumula velocemente.
Bella, natalizia, da cartolina.
A maggio.
Non riuscivo a capacitarmene e la mia inquietudine salì ancor di più quando infilai gli occhiali da vista per guardare un po’ più lontano, al termometro della farmacia: segnava 17° C.
Diciassette gradi?!?!?
Nevica con diciassette gradi, la neve non si scioglie e se ne stanno tutti fuori felici?!?!
I genitori dei bambini erano usciti di casa insieme ai figli, dapprima incuriositi pure loro, poi sempre più soddisfatti. Ridevano rilassati e si scambiavano energiche pacche sulle spalle.
Mi pizzicai. Ero sveglio.
Iniziai a pensare che quel 17 fosse un simbolo nefasto. La fine del mondo mi aveva colto nel giorno peggiore, proprio quando avevo la caviglia ingessata.
Mi stavo convincendo che si rendeva necessario prendere le stampelle e scendere le scale, per verificare di persona cosa stesse accadendo fuori, quando rimasi davvero colpito.
La signora del piano di sotto, una arzilla vecchietta con le gambe arcuate e il peso degli anni ben visibile sulle spalle, cadde a terra a due passi dall’ingresso del condominio. Nessuno si avvicinò a lei, tutti ridevano.
Quando un ragazzo volenteroso si avvicinò a lei, e la aiutò ad alzarsi, sbiancai.
Perdeva sangue dal naso, seppur in maniera lieve, ma il ragazzo non sembrava intenzionato a fare altro che a darle delicati buffetti sulla guancia. Decisamente basito saltellai fino a prendere le stampelle, uscii dal mio appartamento al primo piano e mi chiusi la porta alle spalle. Mi fiondai giù per le scale alla maggior velocità possibile e quando mi trovai anch’io in strada, insieme al resto del paese, tutto divenne più chiaro.
I più attivi si erano già procurati degli striscioni bianchi con slogan dai mille colori dipinti con le prime bombolette spray trovate in casa: “La manna dal cielo”, “La neve dei poveri”.
Mi si avvicinò Pierino, il vecchio ubriacone del bar della Chiesa, e mi spiegò lui come va la vita a questo mondo.
Ti ricordi cosa diceva Gigione al bar quando si parlava della droga in Parlamento?! E ti ricordi che Palì gli dava corda? Li vedi adesso? Palì è là in fondo col naso piantato nella “neve”, e Gigione si sta facendo curare dalla moglie perché non si regge più in piedi… Quando si fa i moralisti riguardo la cocaina lo si fa solamente per invidia, perché non ce la si può permettere… solo i ricchi possono, loro sono signori perché sniffano, io che invece posso solo bere sono un povero alcolizzato… vero?? Ma se di solito possono solo i ricchi, oggi possono tutti!!!
Aprì il pugno davanti a me, lo avvicinò al naso e fece quello che stavano facendo tutti.
Per un giorno, finalmente, non era lui il diverso, quello che fa le cose immorali perché diverse dagli altri. Quel giorno era immorale essere sani, evidentemente.
Stavo osservando con rinnovato stupore i 2 elicotteri che, fermi sopra la mia testa, stavano spargendo cocaina sulla città, come fossero mezzi dei vigili del fuoco durante un allarme incendio. La cocaina scendeva lenta, come la neve, e a tratti solleticava anche il mio naso.
Fu proprio in quell’istante con la testa rivolta all’insù che sentii una voce chiamarmi:
”visto?”
“Sto vedendo… sei stato tu?”
“E chi altri, sennò?”
“Tu sei un folle… ti rendi conto di quel che stai combinando? E chissà quanto hai speso! Comunque è innegabile che hai vinto tu la scommessa… ti pagherò da bere domani sera!”

Mi guardò con un sorriso beffardo, l’inquietante ghigno di chi farebbe di tutto per vincere, anche al torneo condominiale di Briscola chiamata.
Per forza che mi pagherai da bere… te l’avevo detto io, che se avessi voluto sarei stato capace di mettere in riga il paese! Altro che la giunta comunale, altro che le rivolte delle videoteche…

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